Se poi, con calma e un’immancabile quanto illusoria fiducia, provo a farlo, va a finire ancora peggio, ma in conclusione le espressioni più usate nei miei confronti vogliono dire sempre la stessa cosa: “Sei complicato”. La faccenda ha radici lontane: già da ragazzo infatti qualcuno mi chiamava “il puro” (o “il candido”), ma io all’epoca non capivo il reale valore di quei nomignoli. Successivamente, però, per fortuna è iniziata una specie di metamorfosi che mi ha portato ai tempi attuali dove coloro che hanno la pazienza di entrare nel mio mondo a volte insistono per definirmi come “il poeta”. E anche in questo caso non comprendo ancora appieno il valore della lode. Infatti, va detto che taluni usano la stessa identica parola per rivolgersi a me in modo malevolo, pronunciandola con quel pizzico di soddisfazione che si prova quando una presunta virtù viene giudicata con disprezzo. “Sì… eccolo lì il poeta”. In entrambi i casi resto indifferente: non bisogna esaltarsi per delle facili lusinghe così come non serve prendersela per degli insulti gratuiti. Invece, sarebbe intrigante investigare su come lo stesso termine possa venir usato da taluni per rappresentare la Bellezza e da altri per ferire il prossimo. Quello che qui posso affermare è che questa dualità (assieme a molte altre) è la linfa da cui traggo nutrimento per creare le mie opere. L’osservazione è il luogo dove amo stare. A tavola, per strada, al lavoro, ovunque e con chiunque, io faccio come farebbe un biologo con il suo microscopio, ed e lì, nel contemplare ciò che ho di fronte, che finisco nel mio universo parallelo - e poi, se mi avanza tempo, lo butto pure sulla carta. Il vero problema è proprio capire cosa sia questa attitudine e provare a darle un nome, perché chiamare qualcuno “il poeta” non è come dire “il cuoco”, “l’autista” o “il professore”: bisogna fare attenzione alle parole. Infatti coloro che si distinguono all’interno di una professione possono fregiarsi di un titolo, di un potere, di una qualifica, ma se si è “competenti” nell’esser poeti - senza necessariamente scrivere poesie - allora l’etichetta diventa un po’ scomoda da indossare. Per quanto mi riguarda, è talmente difficile decifrare il “dono” che devo ancora decidermi se augurare una simile ventura al mio miglior amico: nell’essere poeta c’è tanta Bellezza, ma altrettanta solitudine. Con gli anni, e ne sono serviti molti, ho capito che solo io posso decidere cosa realmente mi stia bene addosso, quindi un giorno mi sono appoggiato al mio albero prediletto, quello solitario che se ne sta in cima al Monte Brancot, ho preso un Foglio Bianco e mi sono messo a contemplare il panorama. Qualcuno ha detto che è più importante saper fare le domande piuttosto che trovare le risposte, quindi in cima a quella montagna, sotto il mio pino solitario, grazie all’aiuto di una farfalla, di un giullare, dell’amico filosofo e di uno specchio, ho fatto ciò che forse avrei dovuto fare molti anni prima: mi sono chiesto chi sono. Lì è nato il romanzo BIANCO ANIMA e, tutto sommato, è il miglior modo per presentarmi. 

 

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