Anni prima avevo letto un paio di libri sul Santo, guardato dei documentari e alcuni film a lui dedicati, ma non mi ero mai imbattuto in quella frase. Tuttavia, nonostante mi sembrasse fuori contesto storico e biografico, l’avevo ormai scelta come incipit e il nome del Santo risaltava magnificamente all’inizio della mia Home Page. Restavo però perplesso e, più i giorni passavano, e più il rischio di passare dalla parte degli “webeti” aumentava. Investigai usando più motori di ricerca ma tutte le risposte concordavano: la frase era proprio sua. Ad un certo punto però, fortunatamente, mi imbattei in una pista e scoprii che, digitando l’aforisma in inglese, il resto del mondo lo attribuiva a Luis Nizer, un ricco avvocato americano. Le ipotesi erano poche: o Nizer aveva riportato la frase di San Francesco in un suo libro citandolo quale fonte (ma i siti inglesi ignoravano la cosa), o Nizer aveva copiato il Santo dimenticandosi di citarlo, oppure aveva trascurato di farlo volutamente. Nel primo caso Nizer era innocente e la colpa era dei suoi estimatori in rete, gli “webeti” d’oltremare, nel secondo caso era colpevole di sbadataggine, nel terzo era un ladro a tutti gli effetti. Oppure, ancora, l’autore poteva essere proprio lui. Ma allora com’era possibile che in Italia il popolo del web da anni credesse ad una bufala e la diffondesse copiandola e incollandola in numerosissime pagine senza che nessuno fermasse la dilagante falsità? Anche in questo caso, come in molti altri, soprattutto in campo psicologico, non è mai facile scoprire la verità tramite lo stesso strumento che la distorce, quindi abbandonai immediatamente ulteriori ricerche in rete. Per dirimere la questione sarei dovuto venire in possesso del libro dove si trovava la citazione attribuita al Santo, scritta da lui o da un biografo attendibile, oppure avrei dovuto acquistare una copia del libro Between You and Me, di L. Nizer, New York Beechhurst Press, 1948, ripubblicato New York T. Yoseloff nel 1963, e poi controllare. Ma non avevo i mezzi né la voglia per finire la verifica. Così arrivai al mio salomonico verdetto e, nonostante avessi chiara la sensazione di come fossero andate le cose, in assenza di prove schiaccianti, non mi restava che assolvere entrambi. "E' meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente" dice Voltaire. L’aforisma è rimasto così in bella mostra all’inizio della mia Home Page, ma io ho deciso di attribuire la paternità ad entrambi mettendo una “&” e non una “o”. In questo modo, anche se creo un falso nuovo di zecca, diventando a tutti gli effetti un “webete” pure io, raggiungo perlomeno lo scopo di alimentare un dubbio e, considerando la cosa come un “vero” falso, tutto sommato mi sento pure a posto.
Arrivati a questo punto della narrazione, forse ti starai chiedendo in che modo essa ti coinvolga?
Il fatto è che se sei arrivato fino qui, probabilmente sei una persona che tende ad andare fino in fondo alle cose, quindi saprai già che sul web girano una montagna di notizie infondate o perlomeno parzialmente vere. Saprai pure che la stessa cosa accadeva anche prima dell’avvento di internet e che le false informazioni erano diffuse tramite i giornali, la radio, la tv. In quel caso però il popolo rimaneva passivo rispetto alla notizia stessa, al massimo la integrava nel suo pensiero e poi agiva di conseguenza. Niente di nuovo sotto il sole e lo stesso Tolstoj diceva che "La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza". Con l’avvento di internet però, ed in particolar modo con i social media, la situazione è cambiata: ora le notizie, vere o false che siano, vengono diffuse e commentate da chiunque, genericamente, anche da coloro che non hanno alcuna competenza, e successivamente ci pensa la globalità, la capillarità e la velocità virale a fare il resto. Infatti, la maggior parte dei messaggi vengono condivisi perché sono emotivamente accattivanti e solo raramente le persone fanno la fatica di verificarli. Il contenuto dell’informazione ormai, che sia una foto, un filmato, una notizia politica, di cronaca o di attualità, diventa quindi secondario rispetto al bisogno di condivisione e non importa se si tratta di un materiale costruito, maneggiato, perfino falso: l’importante è che piaccia. Molti autori prestigiosi asseriscono che stiamo entrando nell’era della Post Verità, e probabilmente fra cento anni, quando ormai i libri di carta saranno scomparsi, l’unica fonte di informazione resterà il web. Ecco quindi che quanto mi stava per accadere con l’aforisma di San Francesco & Nizer rappresenta una piccola anticipazione di come internet possa, anche in buona fede, ingannare un ingenuo navigatore. L’avvento della Post Verità, o verità dei post ha detto qualcuno, sta diventando la nostra normalità e senza che ce ne accorgiamo sta modificando il nostro modo di pensare. Quindi, se non avessi dato retta al dubbio, non solo sarei stato convinto che la citazione iniziale fosse del Santo, ma sarei stato anche la causa dell’aumento dell’ignoranza proprio verso coloro a cui volevo regalare un po’ di Bellezza. Tutto ciò conferma che a volte le cose peggiori si ottengono con le migliori intenzioni. La domanda finale quindi è d’obbligo: ma la rete sta davvero aumentando il nostro livello di conoscenza grazie alla mostruosa quantità di notizie di cui disponiamo o, essendo esse perfino troppe e facilmente condivisibili, rischia paradossalmente di renderci più stupidi?